09 maggio 2008

L'arrotino, l'ombrellaio! Vulite e ceveze! Mozzarelleee!

Poco fa sono stata al bar a concludere il mio pranzo (avanzi di insalata di pasta della cena del giorno prima) con un caffé e un pastel de nata (il famoso pastel... e c'aggia fa tenevo voglia di dolce!).
All'uscita dal bar ho sentito (e poi visto) un furgoncino di quelli che fanno pubblicitá gracchiando da un megafono. Io furgoncini cosí qui li avevo visti solo durante le elezioni. Per fare pubblicitá a un supermercato o qualsiasi altra cosa sia che si compri mai visti.
In questo caso il furgoncino pubblicizzava gli sconti di un supermercato, per la serie: donna, prima di andare a fare la spesa, beccati il messaggino subliminare. Non molto subliminare in realtá, perché lo si sentiva da lontano...

Questo fatto mi ha fatto ricordare alcuni personaggi che, chi vive nella mia zona, di sicuro riconoscerá.
Ve lo ricordate l'omino che gridava, sotto casa, nella tarda estate: VULITE E CEEEEEEEVEZE! Per chi non avesse capito l'ambulante vendeva le more. Che buone!

E che dire di quell'altro che gridava: MOOOOZZARELLEEE! che ti portava sotto casa la mozzarella di Tramonti (io me la ricordo buona la mozzarella di Tramonti).

Ma la figura più carismatica di questi ambulanti era, senza dubbio, l'arrotino. Per l'esattezza l'arrotino, l'ombrellaio. Aveva uno slogan che si é impresso nella mia memoria e periodicamente, tipo cantilena, riaffiora dai ricordi:

Donne! É arrivato l'arrotino, l'ombrellaio! Arrota coltelli, arrota forbici! L'arrotino, l'ombrellaio!

Se la vita mi riserverá la vecchiaia e se nella vecchiaia la mia memoria sará alquanto labile sono convinta che posso dimenticarmi pure il mio nome, ma lo slogan dell'arrotino l'ombrellaio no!

13 commenti:

kekkasino ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
kekkasino ha detto...

ma le ceveze non sono le ciliege? l'ombrellaio da me passa ancora...

Anonimo ha detto...

l'arrotino........che ricordi Tinuccia.....
l'infanzia, la casa di nonna, l'umidita' dell'inverno, l'afa dell'estate, e l'arrotino sempre li'.



voglio tornare piccolaaaaaaa


valeriascrive

Tokyonome85 ha detto...

ogni tanto passano ancora anche dalle mie parti, solo che l'arrotino ripara anche le cucine a gas!

Vita di mamma ha detto...

Le ciliege in dialetto io le chiamo 'e cerase. Le more le ho sempre chiamate ceveze...
Anche a me, mentre mi venivano in mente questi ricordi, mi é venuta voglia di tornare piccola e dell'estate in ferie, senza scuola! Ahhhhh che bello!
Tokyo l'arrotino della tua zona é un tipo esperto allora!

Fabioletterario ha detto...

E i gitani che passavno con la fisarmonica?

Raffaella ha detto...

Anche dalle mie parti (Genova) l'arrotino passa ancora e proprio con quella cantilena che hai ricordato tu!

Aelys ha detto...

Questa cosa è proprio divertente: pare che l'arrotino avesse la stessa cantilena in tutta Italia, ma a distanza di forse 20 chilometri da casa mia a casa tua (Salerno-Scafati) il dialetto cambia così tanto che io "ceveze" non l'ho mai sentito dire :)

carla01 ha detto...

Mio figlio tredicenne quando aveva tre anni ripeteva la filastrocca dell'arrotino e ci faceva morire dal ridere e ancora adesso quando mi lamento per qualche coltello poco affilato si lancia in una performace canora...Donne è arrivato....

Vita di mamma ha detto...

:)

Peperita Patty ha detto...

Io ricordo a Campomarino, quando Totò aveva 9 mesi...
l'arrotino arrivava sempre appena si era addormentato!!!

Anonimo ha detto...

scusate l'intrusione.
Ho scoperto questo blog per caso, cercando altro.
E per caso, giusto qualche giorno fa ho buttato giù un bozzetto d'infanzia sulle Cèveze, che sarebbero i frutti del gelso (sia bianche che nere).

Spesso i casi non sono tali, ed allora mi pregio di offrirlo, questo mio piccolo scritto, non adombrandomi affatto se verrà ritenuto inopportuno e cestinato.



Cèveze Cè!
Bozzetto Autobiografico

Sgrullando il groviglio intrigato dei ricordi del mio tempo iniziale a Napoli, quel primo dopoguerra, amaro, povero, straziato da infinite ferite ed onte subite dalla città che fu Capitale fra le più prestigiose, una pagliuzza luccica.

Un ricordo piccolo, dolce, e buono. “Cèveze, cè!”

Passava quasi ogni mattina e la sua grida squillante, giovane e gioiosa si distingueva subito, nell’indistinto continuo tramestio di mille parole e canti e richiami e vibrazioni e ritmi di mestieri, onnipresente voce palpitante del vicolo.
Risalendo lentamente da Spaccanapoli (Via S Biagio dei librai) verso via dei Tribunali ad ogni portone ripeteva il suo ritornello:
“Cèveze, cè!... acalate signò!... acalate!... ca tropp’ belle so’ e tropp’ frische ve fann’”

Un giovanetto smilzo, lo ricordo ancora, con una gran massa di capelli ricci, ed il suo negozio ambulante. Una bicicletta Bianchi, rigorosamente nera, da uomo, canna alta e freni a bacchetta, corredata di portapacchi manufatti sulla ruota posteriore ed al manubrio.
Quattro o cinque cestini artigianali di foglie di granturco e manico altro di giunco foderati all’interno di fresche profumate foglie di fico… ricolmi di squisitezze.
‘E cèveze fresche… che delizia per il palato, che gioia per gli occhi!

Sapevo che zia Emma non avrebbe resistito al mio sguardo implorante. Certamente muto, ché mai avrei osato chiedere nulla in quei giorni di miseria, ma evidentemente assai eloquente.
Con gesti solenni e misurati la zia staccava dal chiodo “O panaro”, un cestello di vimini lucidato (noi eravamo signori!) con al manico assicurata una cordicella, ci metteva dentro un piattino di ceramica decorata ed una moneta (2 lire?, 5?...10?... non ricordo, di quei soldi, le “AM-lire” non me ne passavano per mano parecchie!).

Quindi, sporgendosi dalla ringhiera panciuta del balconcino pretenziosamente spagnoleggiante filava “O panaro” fino a livello strada, presto preda del giovane venditore e:

«Giuvinò!... e me arraccomando ‘sta mano!... nun facimme pezzentarie!... ca ‘o guaglione è furastiero… ce avessimo fa conoscere?... » (giovanotto, sii largo di maniche, perché il ragazzo, cioè io, è forestiero, e non vorrei che ci giudicasse male!).

Ah! le more di gelso!... che goduria per la mia golosità di bambino!... rosse o bianche (ma zia Emma per me comprava solo le rosse, più pregiate), grosse, lucide, gustose in quel piattino decorato alla maniera di Vietri erano un momento di festa, il culmine della mattinata…

e sotto sotto la piacevole contropartita per l’uggia della scuola:
sempre secondo turno, dalle 14.30 alle 18.30, proprio quando Betty e Vittoria avrebbero avuto il permesso di giocare con me!


Lucio Musto 5 luglio 2008
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(lucio.musto@gmail.com)

Anonimo ha detto...

oggi 5 luglio 2011 ho mangiato le ceveze